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giovedì , 23 novembre 2017

Dal Gruppo Italiano di Artroscopia alla Società Italiana di Artroscopia: l’evoluzione dell’artroscopia in Italia

di F. Pellacci

Gli albori della nostra storia – La nascita del G.I.A.

Il settembre del 1980 è una data storica per l’artroscopia Italiana, infatti la favorevole congiunzione degli astri favorì l’incontro di coloro che poi a distanza di solo un mese avrebbero fondato il Gruppo Italiano di Artroscopia. L’occasione fu il Corso di Bormio, organizzato da M. Magi, nel quale Luigi Frizziero, Pier Paolo Mariani, Piero Montenagni ed il sottoscritto, in una serata ancora estiva e piena di stelle, stimolati dall’aria montana, fecero amicizia ed il sentimento cementante fu quello della passione per la tecnica artroscopica che in quell’anno si stava timidamente affacciando nello scenario delle superspecialità chirurgiche e che noi quattro avevamo da qualche anno già iniziato a praticare.
In verità, in Italia, i primi a parlare di artroscopia sono stati il Chini nel 1941 ed ilLuccherini nel 1946, ma il primo ad eseguire un’artroscopia fuFilippo Vecchione che utilizzò la tecnica e lo strumento del tedesco Vaubel e pubblicò i suoi risultati sull’Archivio di Ortopedia nel 1947.
Nel 1950, A. Santacroce e G. Banfo, allievi di Casuccio, idearono il primo strumento originale italiano che fu poi oggetto di presentazione al 35° Congresso SIOT(foto).
Nel 1971 G. Peretti e G. Randelli avevano comunicato al 56° Congresso SIOT le loro limitate esperienze sull’artroscopia del ginocchio; furono tentativi rimasti purtroppo senza seguito ma prepararono il campo all’introduzione dell’artroscopia in Italia.
Nel 1978, G. Sgarbi, Primario a S. Vito al Tagliamento, su interessamento del mio Maestro L. Gui, mi aveva messo a disposizione una sala operatoria, non disponibile all’Istituto Ortopedico Rizzoli, per iniziare ad eseguire insieme al suo assistente V. Alecci, le prime artroscopie. Furono giornate indimenticabili, non c’era molta letteratura e noi ci sentivamo come dei pionieri. Parlare dell’artroscopia in Italia è possibile solo ripercorrendo la storia del Gruppo Italiano di Artroscopia prima e della Società Italiana di Artroscopia poi.
Dopo il Corso di Bormio “i quattro moschettieri” si misero immediatamente in azione verificando e prendendo contatto con quanti allora erano interessati all’artroscopia e così nell’Ottobre del 1980 nasceva il Gruppo Italiano di Artroscopia. Lo chiamammo Gruppo e non Società per una sorta di pudore quasi a distinguerci dai “Colleghi Importanti” che avevano fondato altre società superspecialistiche. Alla fine dopo vari contatti eravamo in 11 e tutti abbastanza giovani: oltre ai quattro già citati, c’erano P. Aglietti, M. Benazzi, M. Bianchi, F. Cigala, G.Sgarbi, U. Tosi e P. Venturi.
Era il periodo delle prese in giro, venivamo etichettati come “guardoni”; le occhiate di sufficienza da parte dei chirurghi classici che in definitiva ci consigliavano amorevolmente di aprire la porta anzichè guardare dal buco della serratura, contribuirono a rinsaldare il gruppo iniziale ed a trasformarlo in amici. Per fortuna non ci lasciammo condizionare e con l’appoggio di alcuni grandi Maestri come L. Gui, M. Boni, F. Stringa e L. Perugia, e con i preziosi consigli del nostro babbo, Mario Bianchi, continuammo a progredire.

Carbonari o Artroscopisti?

Lo spirito di “carboneria” che ci accomunava ci spingeva a trovare nuovi adepti ed ognuno di noi in quegli anni era divenuto un punto di riferimento per coloro che si stavano avvicinando all’artroscopia. C’erano sicuramente delle difficoltà logistiche e di spazi; ogni reparto ortopedico era oberato di lavoro di routine e spazi liberi in sala operatoria non se ne trovavano, anche perché, per ognuno di noi, il tempo necessario per eseguire i primi interventi era piuttosto lungo.
Oggi sarebbe impossibile fare un intervento artroscopico utilizzando un needlescope, cioè un artroscopio ad ago che più che farci vedere ci faceva immaginare. Non c’era il motorizzato, non c’era la pompa, ognuno cercava di arrangiarsi come poteva, ma l’entusiasmo era tale da farci superare tutte le difficoltà tecnologiche e di spazi. Il nostro entusiasmo contagiava quanti ci avvicinavano; innumerevoli e quotidiane erano le telefonate di chi si accingeva ad iniziare la tecnica artroscopica: come lo metti il paziente? Il reggiginocchio? L’altezza della sacca? Che liquido utilizzi? Che via di accesso fai? La centrale? Le pararotulee? Ma il corno posteriore del menisco mediale è una zona cieca? Qual è il limite massimo di tempo oltre il quale bisogna aprire? Che tipo di basket utilizzi? Tante altre domande venivano fatte e noi “i precursori” ci sentivamo come i depositari della tecnica che però elargivamo a tutti senza distinzioni, con una sorta di cameratismo.
La contestazione iniziale dell’artroscopia in Italia ha fatto sì che nei loro cultori nascesse un sentimento di collaborazione e di insegnamento senza gelosia. Ognuno di noi ha avuto, in quegli anni, innumerevoli giovani ad assistere agli interventi artroscopici e qualcuno di quelli, oggi divenuto primario o docente, quando ci incontra non manca di ripetere: lo sai, la prima artroscopia l’ho vista da te.
Il desiderio di far conoscere l’artroscopia si è tramutato in un impegno letterario e così nel 1983 fu pubblicato da Aulo Gaggi il primo Manuale Italiano di Artroscopia diagnostica, da me scritto, che riguardava soprattutto la tecnica, lo strumentario e l’anatomia artroscopicadel ginocchio.
Intanto anche M. Benazzi scriveva il suo Manuale puntualizzando l’importanza dell’artroscopia nella traumatologia sportiva.
Nel 1984 fu pubblicato il libro di P.P. Mariani nel quale oltre alla tecnica veniva trattata la chirurgia meniscale e dei corpi liberi. La stampa ha notevolmente contribuito alla diffusione della tecnica artroscopica,infatti l’occasione d’interventi chirurgici praticati su giocatori famosi ha reso l’artroscopia estremamente popolare.Dopo ognuno di questi episodi, tutti noi ci sentivamo subissati da telefonate del tipo “…ma lei opera con il laser?” Sì perchè a livello popolare l’artroscopia era spesso confusa con il laser. Nel1986, al Rizzoli, con il patrocinio del G.I.A., ebbi la felice idea di organizzare il 1° Corso Teorico Pratico di Chirurgia Artroscopica. La richiesta di partecipazione fu enorme a dimostrazione dell’interesse sempre crescente. Credo che non ci sianessun iscritto alla S.I.A. che non abbia partecipato al mio corso.
Tutti comunque si sono dati da fare con corsi e riunioni scientifiche, P. Aglietti a Firenze, M. Benazzi a Pavia, M. Bianchi a Milano,A.Branca a Bormio, G. Cerulli prima a Terni e poi a Perugia, G.C. Coari a Forte dei Marmi, A. Delcogliano e C. Fabbriciani a Roma, L. Frizziero a Bologna, M. Gandolfi a Verona, P.P. Mariani a Roma, R. Minola a Milano, P.Montemagni a Torino,G. Nazzi a Torino, L. Pederzini a Modena, R. Pessina a Vimercate, F. Priano a Genova, F.Quaglia a Torino, R.Viola a Sandrigo e R. Zini a Pesaro.
Probabilmente ho dimenticato molti altri colleghi e chiedo scusa in anticipo. Le Ditte di strumentari artroscopici hanno svolto un ruolo essenziale nel diffondere la tecnica artroscopica sia con riunioni selettive e mirate, sia patrocinando contatti con i colleghi esteri. A loro va il ringraziamento della S.I.A.
Nel 1988 Mariani organizzò a Roma il 6° Congresso Nazionale. Le relazionisulla tecnica e sulla diagnostica erano divenute soltanto una necessità ad uso dei neofiti. Cominciarono a comparire statistiche voluminose ed accanto ai soliti nomi quelli non meno importanti d’altri numerosi colleghi. Il G.I.A. era riuscito nel suo intento di affermare e divulgare la tecnica artroscopica. Si può affermare che il livello qualitativo e quantitative fosse notevolmente aumentato e che in ogni parte d’Italia ormai l’artroscopia era divenuta una realtà.
L’artroscopia stava sempre più occupando spazi fino ad allora occupati dalla chirurgia classica: la ricostruzione del LCA assistita dall’artroscopia era divenuta un nuovo campo di notevole interesse, così pure altre articolazioni come la spalla, il gomito e la tibio-tarsica. Il 1993, con Mariani Presidente, vide la fine dei convegni congiunti con il C.I.G. All’interruzione dei Congressi congiunti si arrivò non per problemi o polemiche, ma perché l’artroscopia interessa tutte le articolazioni e fare un congresso con una Società superspecialistica limitata ad una articolazione rappresentava per il G.I.A. una notevole limitazione. Inoltre fu decisa la cadenza biennale dei convegni. Nel 1995, con Bianchi Presidente, si sentì la necessità di un maggiore coinvolgimento degli associati e pertanto furono istituiti vari comitati: l’istruzione fu affidata a Carlo Fabbriciani, i congressi a Donato Rosa, I nuovi soci ad Ettore Sabetta e le Società estere a Luigi Pederzini.

La nascita della S.I.A.

L’anno successivo, il 6 febbraio 1996, un’altra tappa storica, sotto la presidenza diMario Bianchi, fu votata dall’assemblea degli ordinari la modifica statutaria di cambiare la denominazione di Gruppo Italiano di Artroscopia in quella di Società Italiana di Artroscopia. Il G.I.A. ormai con numerosi soci aveva perduto quella caratteristica iniziale di confraternita di amici e si era trasformato in una vera Società scientifica con i pro ed i contro. I membri del comitato direttivo, che si sono succedutinei vari anni, hanno tutti sposato la filosofia della professionalità e si deve a loro se oggi la Società Italiana d’Artroscopia è immune dalle nefaste influenze dei vari centri di potere. Abbiamo sempre privilegiato il saper fare rispetto al saper essere e quindi pian piano (forse troppo piano a parere di qualcuno, ma a vedere i risultati sembra di no) molti giovani hanno trovato i loro spazi.
Sotto la presidenza di Pellacci, nel biennio 1999 -2001, sono state attuate molte novità:
1) È stato progettato uno “spazio” apposito per igiovani “under 40” definiti Giovani Leoni. Nella storia della nostra Società, e nei suoi fini istituzionali, è evidente l’impegno educativo e formativo nei confronti dei giovani che rappresentano il “divenire”della Società stessa. Il compito di controllare lavalidità del lavoro programmato è stato affidato ad un comitato di garanti (Riccardo Minola, Luigi Pederzini ed Antonio Delcogliano).
Le prime manifestazioni scientifiche del nuovo gruppo sono state organizzate da da Riccardo Minola a Milano e da Donato Rosa a Napoli. Il corso di Napoli ha voluto riaffermare il programma della S.I.A. nell’ambito del Mezzogiorno e questo perché ci si è resi conto che spesso i Congressi vengono organizzati al Nord creando notevoli disagi a quanti risiedono ed abitano nel Centro-Sud. La S.I.A. vuole essere vicina a tutti i suoi associati e pertanto è stato deciso di svolgere molte manifestazioni nel Sud e nelle Isole. È stato un notevole successo e sono piacevolmente compiaciuto della qualità delle relazioni, dell’umiltà e dello spirito critico.
2) Nell’Ottobre del 2000 un altro evento storico; sotto l’impulso di Riccardo Minola ha visto la luce la nuova rivista della S.I.A.: Artroscopia. Numerosi sono i collaboratori ed ampi spazi sono dedicati ai giovani ed all’informatica. 3) Sono stati istituiti i Delegati Regionali in modo da ramificare sempre di più la presenza della S.I.A. nell’intero territorio italiano. La S.I.A. è sempre più viva, il numero dei Soci ha oltrepassato i mille e domande di nuove iscrizioni, di sponsorizzazioni scientifiche, di corsi e congressi arrivano ogni giorno. Grazie all’artroscopia, abbiamo vissuto una splendida avventura, ci siamo sentiti a volte derisi, a volte pionieri, ma la validità di questa metodica ci ha fatto progredire tutti. Siamo passati dalla diagnostica alla chirurgical entamente, digerendo tutto quello che vi era da digerire, approfondendo ogni discorso, criticandoci a vicenda su ogni tecnica, rinsaldando la nostra amicizia giorno dopo giorno ed abbiamo trasmesso le nostre poche o molte conoscenze senza limitazioni a quanti, giovani e non più giovani, hanno partecipato alla vita della nostra Società. La stessa tecnica ci ha avvicinato ai cultori di altre superspecialità permettendoci di non sentirci soltanto chirurghi del ginocchio ma cultori della chirurgia articolare.

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